Denis Artioli

Storia e leggenda di 25 anni di tifoseria vigevanese


In occasione del 25° anno di fondazione del Vigevano Club, abbiamo chiesto all’amico Dennis Artioli, stimatissimo giornalista ed apprezzatissimo scrittore, di riunire in queste pagine la nostra storia;lo scopo non ha la pretesa di aver colto tutti i momenti più importanti, ma descrivere come un gruppo di Amici abbia creato un Club con finalità sportive e soprattutto umane che dopo 25 anni continua il suo operato con le stesse caratteristiche, gli stessi scopi pur avendo cambiato le persone che hanno lavorato nel suo interno.
Quindi chi ha fondato il Vigevano Club deve essere orgoglioso di aver lasciato una grande eredità di insegnamenti di vita e di valori umani e un esempio per tutti gli sportivi.
Questo opuscolo è un ringraziamento a questi personaggi e una promessa di continuare il cammino sulla stessa strada.

Dante Umberto Bellazzi
Presidente del Vigevano Club



Gli amici di via Riberia 33


Settembre 1971. Al bar Bricchetti la solita compagnia di amici si ritrova per discutere. Si parla di politica, di donne soprattutto, ma quando gli interventi si fanno davvero seri e concitati è perchè si sta parlando di calcio. Vizio antico il pallone. Nato sì in Inghilterra, ma divenuto in Italia malattia contagiosa che non lascia scampo alle famiglie, che alla domenica pomeriggio separa tristemente i fidanzati che passeggiano per le strade della città, lui con la radiolina vicina all’orecchio, lei distante un paio di metri a guardarsi intorno annoiata, lui che potrebbe trovarsi a Venezia o a Buccinasco e non capirebbe la differenza perchè fisicamente è lì, ma in realtà è allo stadio, lei che un giorno o lo lascerà o gli chiederà, per favore, di alzare il volume. Il calcio che invade le case, che il lunedì monopolizza i discorsi in fabbrica, in ufficio, nello studio dei professionisti. Non c’è categoria sociale che riesce a vaccinarsi con efficacia contro la vera epidemia del secolo.
Siamo al settembre 1971 dunque, in via Riberia 33, centro storico di Vigevano, a pochi passi dalle alte mura del castello. Lì c’è il bar Bricchetti, tempio vigevanese del calcio, perchè Antonio Bricchetti, il titolare, negli anniVenti ha giocato nei Giovani calciatori vigevanesi ed è uno che ne capisce di fulbar e suo figlio, Carlo ha la passione del Vigevano. Motivo per cui la cricca di gente che gira là intorno, come minimo deve essersi messa in testa qualche tabellino o qualche articolo e magari anche un paio di commenti della Gazzetta dello Sport prima di farsi vedere nel locale e jntrodursi nel dibattito.Non si può essere impreparati quando all’improvviso uno ti nota e ti chiede: “e tu cosa ne pensi del modulo scelto dall’allenatore?”
Tiene banco il grande campionato ma poi le radici hanno il sopravventoe allora si dirotta la discussione sui biancocelesti, sui Giovani, sul Vigevano.Alla fine della stagione 1970/71 la squadra era arrivata a metà classifica nel campionato di serie D, ma all’inizio del nuovo campionato c’è qualcosa nell’aria, quella stessa sensazione che ai veri tifosi fa presentire chela squadra del cuore sta per segnare un goal e allora si comincia ad udire il tam tam di voci che ripetono “al madura, al madura” che, tradotto per chi non è vigevanese, significa “sta maturando sta maturando”.
E sembra banale, ma in realtà è una frase che distingue il vero esperto dal tifoso novello, espressione tipica della saggezza di chi intuisce che l’evento sta per compiersi e può saperlo grazie a doti personali di perspicacia ma anche grazie ad anni e anni di militanza sugli spalti e di riflessione e approfondimenti sul fenomeno calcistico. Quel che sta maturando, nel 1972, è la promozione in serie C.
Insomma, gli amici del bar Bricchetti a un certo punto si guardano in faccia e nel dialetto locale, ovviamente, si dicono: “Sà, fuma ‘l Vigevan club” (“Cià facciamo il Vigevano club”). Ormai il dado è tratto e il club nasce per seguire la squadra e sostenerla, e organizzare i pullman per le trasferte, e colorare un pò di più lo stadio con le bandiere e i palloncini e gridare “Alè Giovani! Animo, animo”.
Si tengono le votazioni democratiche e dalle urne esce la composizione del primo consiglio direttivo del Club: Livio Pazzi (presidente), Giuseppe Magnani (vicepresidente), Luciano Sterza (segretario), Mario Bergonzi (economo), Carlo Bricchetti (pubbliche relazioni). Pier Luigi Ariotti, Gabriele Bellardini, Luigi Paviato, Aldo Casetti, Renzo Arcasio, Walter Rinaldi (consiglieri). Il club vota anche uno statuto, elaborato dall’architetto Ariotti, che ne fotografa le finalità.

L’insufflatore di Vigevano


E’ una grande stagione per la squadra. Come anticipato, alla fine del 1972 il Vigevano è in testa alla classifica, a pari punti con il Legnago.
Per salire in serie C, una delle due formazioni deve fare largo all’altra e tutto si decide nel mitico spareggio di Brescia (4 giugno 1972). Sull’ascensore per il piano superiore sale il Vigevano grazie ad un goal di Schillirò.
Il Vigevano Club ha riempito la bellezza di dodici pullman di tifosi per presentarsi a Brescia con un coro di voci abbastanza potente per incoraggiare la squadra. E ancora oggi chi allora faceva parte del club ricorda la fatica nel reperire i dodici pullman: hanno fatto il giro delle concessionarie di mezza Lomellina e di Novara per avere gli automezzi.
La partecipazione è al di sopra di ogni aspettativa. La presenza della tifoseria ducale nello stadio bresciano è ben visibile: bandiere biancocelesti sventolano ovunque e suonano le trombe da stadio in ogni angolo degli spalti. Il club ha preparato dei cartellini di polistirolo con dipinti i nomi di tutti i giocatori e ciascuno è legato ad un palloncino. Quando l’altoparlante scandisce il nome del calciatore la piccola mongolfiera corrispondente si alza in volo.
I palloncini li ha gonfiati il Favini. A Vigevano un tifoso, Walter Rinaldi, di mestiere idraulico, mette a disposizione il suo furgoncino e qualche bombola di elio. Alle 5 del mattino della domenica l’Aldo Favini, un sostenitore che ha il banchetto di giocattoli al mercato ed è abituato a vendere palloncini, parte per Brescia con il furgone del Rinaldi. Lo stadio Mompiano apre alle 10 e alle 10 l’insufflatore di Vigevano è già dentro con tutta l’attrezzatura a sparare gas in quattromila palloncini. Quando arrivano i tifosi del Legnago, invidiosi di tanta organizzazione, telefonano ai responsabili del Brescia Calcio per dire che a loro non sta bene che i vigevanesi siano dentro a gonfiare: se proprio vogliono, devono farlo fuori. E allora il Brescia Calcio invita il Favini a uscire cortesemente dai cancelli e il Favini obbedisce pazientemente, tanto gonfiare dentro o gonfiare fuori è la stessa cosa. Per far prima, però, ogni volta che i mazzetti di palloncini sono pronti, lui e i suoi aiutanti cercano di farli passare da sopra la recinzione, ma è uno di quei reticolati tipo lager w c’è tutto il filo spinato a far da corona: per ogni palloncino che salta l’ostacolo ce ne sono due che scoppiano. Dopo il goal di Schillì comincia la baraonda ed è tutto uno sventolare di bandiere biancocelesti: sembra che abbia vinto in casa il Brescia.

Cuscinetto e cappello a barchetta


Giunge il momento del ritorno. I dodici pulmann girano il muso verso Vigevano e partono, qualcuno però si perde per strada ed è un problema, perchè il club dei sostenitori sa che chi è rimasto in città, sta aspettando in piazza Ducale per festeggiare. Sono arrivate notizie certe da via Riberia: il bar Bricchetti nel pomeriggio è stato imballato di persone che volevano conoscere il risultato e la strada è rimasta bloccata per due ore, perchè chi non riusciva a entrare stava fuori e cercava di sapere qualcosa col passaparola.
Nei pressi del ponte del Ticino si stabilisce un ritrovo: quando arrivano tutti, pullman dei giocatori compreso, si va dritti verso via De Amicis e si scende dalle corriere vicino alla Posta Centrale. E poi in corteo a piedi, in corso Vittorio Emanuele, come se fosse uno sciopero, ma davanti a tutti c’è lo striscione del Vigevano Club. In piazza Ducale ci sono duemila persone che non vedono l’ora di accogliere squadra, tecnico, dirigenti e promozione per fare baldoria.
Oggi sembra impossibile, ma durante l’anno della promozione allo stadio si presentavano con il loro cuscinetto biancoceleste e il cappelino di carta a “barchetta” dalle duemila alle duemilacinquecento persone per vedere il Vigevano. E per tutto il periodo della serie C lo scenario non cambia: chi vuol trovare posto nei popolari deve entrare allo stadio almeno con un’ora di anticipo sull’inizio della gara, perchè poi non c’è più un buco libero e si guarda la partita in piedi, attaccati alla recinzione.
E’ una bellezza andare a vedere i Giovani del presidente Giuseppe Bellotti, perchè spesso e volentieri le squadre che affrontano il Vigevano tornano a casa con tre o quattro goal nel bagagliaio del pullman. I personaggi più amati dai tifosi sono: Sala,Desio,Schillirò,Scorletti,Villa,Basili,Graziani,Compagno e altri: ragazzi che si fanno apprezzare per l’impegno e che rimangono nell’immaginario collettivo perchè segnano o regalano qualche finezza. E poi c’è Lamberto Giorgis, l’allenatore rimasto sempre nel cuore della tifoseria biancoceleste anche dopo l’avvicendamento sulla panchina.
Il Vigevano Club, intanto nel settembre del 1972 rinnova il consiglio direttivo. La nuova composizione è questa: Augusto Girani (presidente), Renzo Volpi (vicepresidente), Luciano Sterza (segretario), Mario Bergonzi (economo), Carlo Bricchetti (pubbliche relazioni), Claudio Chieregato e Livio Pazzi (cosiglieri). Ci sono poi i referenti delle sezioni periferiche del club: Giorgio Secondo (sezione Piccolini), Idilio Fogli (sezione bar Schei), Franco Vaccari (sezione bar Della Valle), Giovanni Manzini (sezione Cre Enel).
Sono nate le sezioni periferiche perchè i tifosi e gli iscritti al Vigevano Club sono aumentati talmente tanto in pochi mesi che il bar Bricchetti non può contenerli tutti. Allora il gruppo deve darsi un’organizzazione, simile alle strutture dei grossi partiti. Durante la stagione 1974/75 finita con il Vigevano al quinto posto, gli iscritti al Club sono 1.292, tra cui molto immigrati dalle regioni meridionali o dal Veneto, e tra i tifosi ci sono anche donne e bambini. In città sono dislocate ben ventidue sedi periferiche che vale la pena ricordare: bar Nino,bar Crema,bar Ducale,bar Ticino,bar Stadio,bar Eden,bar Primavere,bar Baratti,bar Biroli,bar Risulin,bar Moretta,bar Rubini,bar Podini,bar Celso(di Remondo),frazione Piccolini,trattoria Fiera,circolo Ascari,circolo Molino del Conte,bar Della Valle,bar Schei,circolo Enel,sezione periferica di Bereguardo. Il rapporto tra sede centrale e periferie funziona in questo modo: le iniziative delle sedi distaccate vengono preventivamente proposte al club centrale di via Riberia che dà l’imprimatur. E ogni settimana, a turno, i giocatori e l’allenatore vanno in pelligrinaggio tra i club distaccati, per analizzare insieme la partita della domenica precedente e far pronostici sullo scontro successivo: insomma a livello famigliare era più o meno quel che accade oggi per il campionato di serie A sulle reti televisive pubbliche e private che mandano in onda seguitissimi dibattiti sul calcio. Se ne ricava il senso della diffusa partecipazione sociale al fenomeno calcistico locale.

Frate Bricchetti, vestito di bianco


In quel periodo nasce anche l’inno del Vigevano, quel famoso “Alè alè alè forza Giovani, alè alè alè forza Vigevano”, scritto da Alfonso Scarano (con il figlio Renato), un tifoso immigrato dalla Campania per lavoro e attaccatissimo alla squadra vigevanese. La musica è del maestro Gualtiero Bianchi. Generazioni di sostenitori, anche nei momenti più cupi della squadra, hanno canticchiato dentro e fuori lo stadio la “colonna sonora” della compagine biancoceleste.
Altro segno evidente della presenza del Vigevano club, in qugli anni e riproposto ancora dai supporters, è il giornalino distribuito allo stadio, oggi un insostituibile archivio storico del club: vi si trovano fotografie,classifiche,commenti,flash sui giocatori del Vigevano, e poi, nel 1975, una serie di articoli firmati da un “anonimo vigevanese” che cercano di prevedere, con tono scherzoso, il futuro dei protagonisti della squadra e del club dei sostenitori. Un avvenire in cui, ad esempio, s’immagina Carlo Bricchetti che, non più rieletto nel consiglio direttivo, all’improvviso scompare e poi si scopre che dopo un periodo di clausura passato a Cozzo, da padre Eligio, ha deciso di farsi frate Cistercense e gli viene assegnata la chiesa del Carmine e poi.... e poi un giorno “in piazza Ducale il silenzio era glaciale, improvvisamente la folla ondeggia, poi, come toccata da una magica bacchetta, si divide tanto da lasciare una striscia libera, come un sentiero. In quel sentiero appare frate Bricchetti,magrissimo, tutto vestito di bianco. Avanzava lentamente benedicendo la folla, che al suo passaggio si inginocchiava”.
E frate Bricchetti si ferma davanti al presidente Bellotti che adorante “cadde in ginocchio e baciò l’estremità del bianco saio di padre Bricchetti, come per farsi perdonare qualche grave colpa commessa. Padre Bricchetti alzò le braccia al cielo e, a questo punto, qualche cosa di irreale venne a turbare ulteriormente la folla. Erano esattamente le 21.30: il cielo si schiarì e improvvisamente il sole riapparve. Migliaia di colombe ammaestrate con nel becco una piccola bandiera biancoceleste si librarono festose nel cielo e andarono a formare una gigantesca A. La folla era piombata in ginocchio avvinta da fantastico spettacolo. Padre Bricchetti rialzò Bellotti, lo abbracciò lungamente mentre il coro delle voci bianche formato dai giornalisti intono il famoso inni “alè alè forza Vige”. In prima fila i giornalisti più affermati: Rolandi, Vietti, Pavesi e Maniezzi (li chiamavani i quattro dell’Apocalisse) con voce splendida portarono il pubblico alla commozione più completa. Dirigeva il coro dall’alto di un enorme piedistallo un grande direttore d’orchestra. Quel Mario Mottini che anche lui giornalista in anni remoti avava lasciato la forbita e pungente penna per una lunga ed affusolata bacchetta, quella appunto di direttore d’orchestra. Lo chiamavano il nuovo Toscanini.
E nella realtà il Bricchetti (questo frate speciale, che nelle puntate successive appare in una nuvola di fumo e comincia a parlare di amore e di tranquillità, ma soprattutto di unità) diventa, nel 1976, presidente del Vigevano Club. Tra i ricordi più belli del club, in quel periodo, la gita a Lubiana, prima della partita di Trieste,occupa sicuramente uno spazio previlegiato, come momento di socializzazione oltre la consueta attività del gruppo. E sempre Bricchetti è protagonista, in un’altra trasferta, quando dopo una lunga attesa a un attravewrsamento pedonale regolato dal vigile a braccia larghe, si butta in mezzo alla strada, fa fare al vigile un mezzo giro di 90 gradi e invita i suoi amici a passare.

La colletta per i giocatori


La società e la squadra stanno attraversando un periodo difficile: nel 1976 il Vigevano è retrocesso in serie D, inizia il continuo alternarsi delle notizie sulle dimissioni del presidente della società, Giuseppe Bellotti, che per un certo periodo lascia il timone nelle mani incerte di Franco Quartaroli l’orafo novarese che proclama di voler portare il Vigevano in serie B. Un annuncio che insospettisce i sostenitori del club per la troppa disinvoltura con cui il presidente anticipa programmi faraonici.
Tant’è che su “Vigevano club” del 6.2.1977 i tifosi scrivono che Quartaroli ha allestito “senza il becco di un quattrino, una squadra di prim’ordine, riempiendo però i capaci magazzini del Montegrappa di assegni bancari regolarmente mai pagati...”.
Nell’arco di un paio d’anni tutto va a rotoli. Nella stagione 1978/79 i giocatori si ritrovano a dover percepire alcuni stipendi arretrati e minacciano di scioperare alla vigilia di un incontro con il Bolzano. Per Natale il Vigevano club si autotassa per offrire un contributo economico a ogni giocatore: un episodio clamoroso, che dimostra, in un momento delicatissimo, l’incolmabile vuoto societario e la totale solidarietà dei tifosi.
Il Vigevano vel 1979, viene radiato dalla serie C per la stagione successiva a causa di gravi problemi finanziari. La società cambia nome e nasce il football club Vigevano (presidenti Cesare Codeca e Armando Pollini), iscritto al campionato di prima categoria. Nonostante gli sforzi di Bricchetti e dei suoi collaboratori, inizia una lenta emorraggia nel Vigevano club, che vede di anno in anno assotigliarsi la fetta dei propri iscritti. Le sorti dell’associazione sono inevitabilmente legate al successo o all’insuccesso della squadra per cui, qualche anno dopo, il numero degli iscritti al club si attesta intorno ai duecento-duecentocinquanta e il numero dei tifosi sugli spalti non supera quasi mai le cinquecento unità.
Verso la metà degli anni Ottanta, quando la squadra riesce a conseguire qualche buon piazzamento, comincia a spargersi la voce che la società non voglia avanzare di categoria, perchè capita per più di una stagione che il Vigevano sia in testa alla classifica alla fine del girone di andata, per denotare poi improvvisi cedimenti nella seconda fase del campionato. Ed è una “cattiva abitudine” che gradualmente allontana il pubblico dallo stadio, perchè quel che piace di più ai tifosi è la “squadra operaia” quella che dà l’anima fino all’ultimo minuto. La media delle presenze d’allora in poi sarà sempre di circa 300 persone sugli spalti. Tra lecause che portano alla diminuzione della tifoseria sembra esserci anche il sorgere del grande interesse per la pallacanestro che coinvolge centinaia di persone attorno al quintetto che crea emozioni in serie A1 e A2. Ma ci sono molti supporter comuni alle due discipline sportive, che prima vanno a vedere la partita allo stadio e poi corrono alla palestra Carducci per seguire il basket.

Un sindacalista sugli spalti


Periodo difficile quindi per il nuovo presidente del Vigevano club, Dante Bellazzi, lavoratore metalmeccanico, sindacalista della FIOM-CGIL eletto nel 1987 e tuttora in carica, uomo già abituato per altri motivi a sventolare bandiere e a tenere striscioni. La bacchetta magica per riempire gli spalti non l’ha nessuno, nemmeno in serie A, dove spesso e volentieri alla domenica cominciano a notarsi impianti sportivi con ampi settori vuoti.. A detta di Bellazzi per far ritornare la gente al comunale di via Montegrappa, la società dovrebbe mettere in piedi una squadra di calciatori che giochino con generosità, non di mercenari ma di “uomini attaccati alla maglia”. E, a questo proposito, le delusioni sono state tante, in parte compensate dall’impegno singolo di alcuni calciatori affezzionati ai colori biancocelesti verso i quali il Vigevano club ha sempre avuto un debole e una grande generosità in termini di supporto morale, anche nei momenti meno felici. Certo tutto è più serio e spesso a vedere la partita c’è più da rodersi il fegato che da divertirsi come in serie C. Ma i tifosi di sempre, gli iscritti al club, continuano imperterriti ad andare allo stadio e a trovare motivazioni per affiancare la squadra, se non altro per trascorrere una domenica tra amici. Durante la presidenza Bellazzi si realizza una sensibile apertura verso la presenza femminile nel consiglio direttivo del Vigevano club, in controtendenza rispetto ai primi anni quando l’associazione dei tifosi era praticamente un circolo per soli uomini, come i vecchi pub inglesi. Un altro evento importante di questi anni è la creazione di un “club dei club”, vale a dire un sodalizio tra sostenitori di varie squadre (Abbiategrasso,ProSesto,Crema,Trezzo d’Adda,Giorgione,Castanese,Saronno,Leffe e altre) il cui scopo è sintetizzato nelllo slogan “NO alla violenza, viva lo sport” che campeggia su un grosso striscione sempre appeso allo stadio durante gli incontri, in casa e in trasferta. Un’iniziativa volta a lanciare un segnale contrario agli episodi di intolleranza che sempre più spesso cominciano a diffondersi negli stadi, nelle categorie superiori ma anche nei campi di periferia. A ciò si aggiunge una serie di incontri amichevoli di calcio, a scopo benefico, tra i soci del Vigevano club e il club Fedelissimi Abbiategrasso: i fondi raccolti in tali occasioni vengono interamente devoluti a “La Fucina”, un’associazione di volontariato che si occupa di assistenza ai disabili. Quindi non solo un segnale di amicizia e di amore per lo sport puro, ma anche la dimostrazione che l’attività di un club di tifosi può comprendere finalità sociali che superano gli stretti confini di uno stadio. Un’ulteriore dimostrazione dello spirito altruistico che anima il sodalizio dei tifosi biancocelesti e la raccolta di fondi organizzata subito dopo le alluvioni del novembre 1994 che colpiscono varie provincie del Nord Italia, tra cui quella di Pavia. Uno dei paesi più duramente provati è San Zenone Po, comune di nascita del grande giornalista sportivo e scrittore Gianni Brera. Bellazzi non ci pensa due volte e,assieme ai suoi collaboratori, lancia subito un’iniziariva di solidarietà con San Zenone Po che contribuisce ad aiutare il piccolo centro pavese a risollevarsi dal duro colpo subito per lo straripamento del fiume. Negli anni Novanta il Vigevano club si propone di dare continuità allo spirito che fin dall’inizio ha ispirato gli iscritti: l’amicizia che unisce un gruppo di persone attorno ad un evento sportivo. L’entusiasmo per la squadra si riaccende nella stagione 1990/91 con l’arrivo a Vigevano di Paolo Barzaghi, imprenditore tessile brianzolo, già presidente del Seregno e responsabile del settore giovanile del Milan. I tifosi ,dopo tanti anni, tornano a sognare. La selezione della squadra è posta nelle mani esperte e abili del direttore sportivo Ugo Bonacina, personaggio indimenticato dal club biancoceleste. Il Vigevano, affidato al tecnico vogherese Walter Massone, vince il campionato con quattro giornate d’anticipo e accede agli spareggi che riportano la squadra in Interregionale. Negli anni successivi fasi più serene si alternano a periodi critici dovuti ad alcuni gravi problemi societari. Nella primavera del 1994 il Vigevano club, sempre vicino alla squadra, lancia la coraggiosa iniziativa dell’azionariato popolare. Ma non solo: per dare una mano alla dirigenza una parte degli iscritti del Vigevano Club oltre la propria disponibilita a occuparsi, alla domenica, del servizio d’ordine allo stadio. Chiusa anche la breve parentesi della presidenza Debiaggi, si arriva alla stagione 1996/97. Un fenomeno nuovo e davvero interessante si sta verificando. La società biancoceleste è completamente nelle mani dei vigevanesi, affidata alla presidenza dell’imprenditore calzaturiero Mario Martinoli attorno cui si sono ritrovati alcuni ex giocatori, come Baraldo e Dorini, e affiancata dall’associazione “Amici del Vigevano” costituita da un gruppo di genitori di alcuni giocatori ducali. C’è entusiasmo e molte persone sono impegnate nelle attività a sostegno della squadra. Anche il Vigevano club valuta positivamente questo nuovo evento, perchè, comunque vadano le cose, un insieme di persone si è finalmente riunito attorno ad un progetto che, per essere realizzato, richiede a ognuno dei soggetti coinvolti di fare la propria parte. In questo clima di ritrovata fiducia il Vigevano club compie 25 anni e si incammina verso il 2000 nella speranza che la squadra e la società riescano a raggiungere un loro punto di equilibrio e nella certezza che, comunque vada, anche dopo un quarto di secolo dalla fondazione ci sarà sempre un gruppetto di amici che, il giovedì sera, si darà appuntamento nella sede del bar Sport di via Matteotti e che la domenica pomeriggio avrà voglia di andare allo stadio a dire che il goal “al madùra”, o che quell’attaccante “l’ha sintì l’udur” (“ha sentito l’odore”, cioè, ha fiutato il goal), e, in fondo, a gridare ogni volta, come venticinque anni fa, l’intramontabile “Forza Giovani!”.

Denis Artioli
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